La casa milanese in cui Carlo Acutis visse i suoi anni giovanili custodisce ancora intatta la sua “stanza”, spazio quotidiano che riflette l’anima di chi è stato proclamato santo martedì 7 settembre 2025 da papa Leone XIV. È un luogo colloquiale, familiare, ricco di oggetti, ma di quel tipo che non servono solo per decorare: ognuno dice qualcosa della sua vita e della sua vocazione. Le pareti sono dipinte di un giallo caldo; su una scrivania arrotondata faceva i compiti, programmava e progettava. Sulle mensole: macchinine, con modellini di motorino Piaggio e perfino dello Space Shuttle; statuette di angeli, piccoli bambinelli; una sera un ritratto di Cristo con una scritta rossa appuntata: “Gesù, io confido in te!”.
Già nei primi anni, Carlo mostrava capacità fuori dal comune. A sei anni si dedicava all’informatica, pur divertendosi come gli altri bimbi: robot da montare, dipinti, mostriciattoli artigianali e giochi tradizionali. A nove cercava testi tecnici usati per esami universitari al Politecnico, studiando C++ e Java da autodidatta. Non era solo tecnologia: amava disegnare, aveva gusto per l’arte, imparava da solo il sassofono quando il flauto non gli bastava. A scuola, e in famiglia, non era percepito come un ragazzo isolato — al contrario: solare, disponibile, con forte consapevolezza spirituale.
La fede in Carlo non era vacua. Ogni giorno partecipava alla messa; rifiutava ciò che fosse vanità — nuove scarpe? “Quelle che ho ancora vanno bene, prendiamo qualcosa per i poveri”, diceva alla madre. Con Rajesh, domestico della famiglia, spesso usciva per portare aiuto ai senzatetto. Quanto al digitale, era uno strumento da usare con misura: quando ricevette una PlayStation, decise di giocarci solo un’ora a settimana, avendo letto articoli sul rischio d’uso eccessivo. Oggi raccontano che lui sarebbe stato tra i primi a spegnere lo smartphone, a imporre limiti per preservare equilibrio tra reale e virtuale.
Vent’anni dopo la sua scomparsa, avvenuta il 12 ottobre 2006 a soli quindici anni per una leucemia fulminante, la figura di Carlo è tornata a illuminare molti: nel corso della sua vita raccolse prove, testimonianze, foto per allestire la sua mostra sui miracoli eucaristici, diffusasi poi in decine di migliaia di parrocchie in tutto il mondo. Ora la sua storia è raccontata nel film tv “Il mio nome è Carlo”, diretto da Giacomo Campiotti, in onda il 27 settembre 2026 su Canale 5. A interpretarlo è Samuele Carrino da adolescente, mentre Nicolò Caruz Jaramillo ed Edoardo Vitalone lo interpretano a sei e undici anni. Lucia Mascino e Flavio Parenti sono i suoi genitori, e spicca la figura di Rajesh, interpretato da Brayan Palliyagoda: un immigrato dalle Mauritius che segna profondamente il percorso umano e spirituale del giovane santo.
Nel racconto televisivo non si nascondono le sfumature di un adolescente: amore per il calcio, i videogiochi, l’informatica e soprattutto la fede vissuta nella concretezza, nelle attenzioni verso chi è solo, escluso, fragili. La sua vita, fin dall’infanzia, è un esempio di come la fede non sia alternativa al contemporaneo, ma possa abitarlo, trasformandolo e, talvolta, sanandolo.