Capossela: “Che coss’è l’amor? Non pensavo sarebbe diventata un successo. Devo tutto a Guccini”

Vinicio Capossela si racconta al Corriere della Sera tra musica, amore, Guccini, social e nuovi progetti, ripercorrendo alcuni momenti chiave della sua carriera.

Vinicio Capossela si racconta in una lunga intervista al Corriere della Sera, firmata da Renato Franco, in occasione di due importanti anniversari della sua carriera: i 20 anni di Ovunque proteggi e i 30 anni del Ballo di San Vito.

Tra i temi centrali dell’intervista c’è Che coss’è l’amor, una delle canzoni più celebri del cantautore. Il brano nacque al Florida di Modena, locale frequentato da Capossela, e fu ispirato dalla ragazza che lavorava dietro il bancone: «In realtà è una canzone molto triste, c’è poco da fare festa».

Il successo del brano, però, non era previsto. «Abbiamo sempre puntato sugli ultimi… Non era stato fatto né il video, né il singolo». La fortuna arrivò anche grazie ad Aldo, Giovanni e Giacomo, che inserirono la canzone nella celebre scena della partita sulla spiaggia di Tre uomini e una gamba: «Ma è stata una fortuna perché il vero video di quella canzone l’hanno fatto Aldo, Giovanni e Giacomo nella scena della partita sulla spiaggia in Tre uomini e una gamba».

Guccini e Renzo Fantini, le figure decisive

Nell’intervista al Corriere della Sera, Capossela ricorda anche Francesco Guccini, fondamentale per l’inizio della sua carriera. Il cantautore lo definisce, con un’immagine ispirata all’Odissea, un «Polifemo benigno».

«Ora che è tornata di moda l’Odissea, mi piace ricordarlo come un Polifemo benigno, che invece di mangiarti, ti prende il palmo di una mano, ti fa uscire dalla caverna e dice: “Guarda, ti consegno a una divinità”».

Quella divinità, spiega Capossela, era il produttore Renzo Fantini: «Sono le due persone a cui sostanzialmente devo tutto».

Una passione per la musica nata da bambino

Il cantautore racconta al Corriere della Sera anche l’origine della sua passione per la musica. Da ragazzino desiderava uno strumento a tastiera e, non avendone uno, arrivò persino a disegnarsi i tasti su una tavola.

Tra gli strumenti che lo affascinavano c’erano soprattutto l’organo elettronico, il Farfisa e la fisarmonica. Una passione che avrebbe contribuito a costruire negli anni il suo universo musicale, lontano dall’omologazione e popolato da personaggi fragili, irregolari e visionari.

Lo Sponz Fest e il valore dell’individualità

Nell’intervista c’è spazio anche per lo Sponz Fest, l’appuntamento ideato e diretto da Capossela in Alta Irpinia. L’edizione di quest’anno, intitolata Im-Bosck, ruota intorno al concetto dell’“imboscarsi”, inteso come allontanamento dalle convenzioni e dal giudizio sociale.

Il bosco diventa così un luogo simbolico di resistenza e libertà, dove poter riscoprire la propria specificità e individualità.

“Che orrore i social”

Capossela parla anche del rapporto, decisamente complicato, con i social network. «Sono il modo di sopravvivere alla morte, ma è terrificante che quando muori il tuo Facebook rimanga attivo».

I suoi profili vengono gestiti da un social media manager e il cantautore ammette di sentirsi ancora estraneo a questo mondo: «Io sono come le mie vecchie zie che quando ero bambino coprivano la televisione con un telo perché si sentivano osservate. Io sono ancora un po’ preistorico, ho un aspetto animista, ho paura che mi possano rubare l’anima».

Il nuovo spettacolo con Pierpaolo Capovilla

Tra i prossimi progetti c’è E Morte non avrà dominio, spettacolo che debutterà a Roma il 3 ottobre e che vedrà Capossela dividere la scena con Pierpaolo Capovilla.

Il progetto nasce come una riflessione sulla morte e sulla ribellione alle convenzioni. «Fin dal titolo si chiarisce che è una ribellione, una insubordinazione alla morte, alla cultura della morte, anche a mezzo dei cattivi maestri».

L’incontro mancato con Tom Waits

A chiudere l’intervista al Corriere della Sera è un aneddoto dedicato a Tom Waits, uno dei miti musicali di Capossela.

Il cantautore racconta di essersi trovato casualmente in ascensore con lui e di aver avuto quattro piani per dirgli tutto quello che pensava: «Avevo quattro piani per dirgli tutto quello che pensavo, ma mi sono venuto così a noia che non gli ho detto niente».

Un episodio che racchiude bene lo spirito dell’intervista: ironia, memoria e una visione del mondo sempre personale, con Capossela ancora una volta lontano dall’omologazione.

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