“Un sacco bello” torna al cinema, Verdone: “Era una commedia piccola ma molto rivoluzionaria”

Il regista romano riflette, nel corso di un'intervista a La Repubblica, sul suo esordio cinematografico con 'Un sacco bello', in occasione del ritorno in sala del film in versione restaurata.

Il debutto folgorante di Carlo Verdone torna sul grande schermo a distanza di oltre quarant’anni. “Un sacco bello”, uscito nel 1980, sarà proiettato nuovamente in circa 150 sale il 27, 28 e 29 aprile in una versione restaurata realizzata sotto la supervisione dello stesso regista. L’operazione è curata dalla Cineteca di Bologna nell’ambito del progetto dedicato al cinema recuperato, in collaborazione con realtà del settore audiovisivo e culturale, e resa possibile dal laboratorio L’Immagine Ritrovata. Dopo la programmazione in sala, il film sarà disponibile anche su piattaforma digitale.

Un restauro che riporta Roma sullo schermo

Il ritorno del film non è soltanto un’operazione nostalgica, ma anche un recupero di atmosfera e memoria urbana. L’opera viene spesso ricordata come una delle fotografie più nitide di una Roma estiva ormai scomparsa, fatta di relazioni di quartiere, silenzi interrotti dalle cicale e una socialità oggi profondamente mutata.

Nel corso di un’intervista rilasciata a La Repubblica, Verdone ha riflettuto proprio su questo aspetto, tornando sul significato del film oggi:

«Mi ha colpito. Era una commedia piccola ma molto rivoluzionaria. Raccontava tre ragazzi pieni di solitudine, di incertezze, di smarrimento. Un mondo diverso da quello dei grandi colonnelli della risata, Sordi, Gassman, Tognazzi. Qui c’erano maschi sperduti, fragili, spesso disarmati davanti a donne più forti. L’esperienza del femminismo negli anni 70 aveva rovesciato i rapporti e io sentivo che lì c’era qualcosa da raccontare. E c’era l’ultima immagine di una Roma che aveva ancora un tessuto sociale: la gente che si parlava dalle finestre, il ferramenta, il vetraio, il silenzio dell’estate interrotto dalle cicale, qualche motorino smarmittante. Oggi senti solo i trolley, i pullman, la folla. Quella Roma la posso riavere solo in quel film».

L’inizio e l’influenza di Sergio Leone

Il successo e la realizzazione del film si intrecciano con figure decisive del cinema italiano. Tra queste, Sergio Leone, che sostenne il progetto sin dalle prime fasi, lasciando un segno anche nelle scelte produttive e artistiche.

Verdone ha ricordato così quel momento:

«Per niente. Alla prima proiezione per i critici, nella sede di Medusa, Sergio Leone mi vede nervoso, stringe il pugno e dice: «Io sto film lo tengo così. Stai in buone mani”. Che fortuna avere avere accanto un gigante come lui, che ha avuto fiducia di un giovane».

Personaggi, scelte e intuizioni sul set

Tra gli episodi più curiosi legati alla lavorazione del film, il regista ha raccontato anche la nascita di alcuni personaggi e la scelta degli attori, spesso frutto di incontri casuali e intuizioni immediate.

Riguardo a una delle figure che entreranno nel cast, Verdone ha ricordato:

«Nei film di Leone menava e basta, non diceva battute. Sono a casa di Sergio quando entra Brega con le cassette di frutta, lavorava ancora con amici dei mercati generali di via Ostiense. Lo sento parlare e dico: “Questo è il padre perfetto del figlio dei fiori”. Leone è perplesso, facciamo un provino e Mario, quando capisce che farà il film, m’abbraccia così forte che mi stritola le braccia».

Anche il lavoro tecnico, in un’epoca lontana dal digitale, richiedeva soluzioni completamente diverse:

«Oggi col digitale è facile, ma io usai un Mitchell, oscurando una parte dell’obiettivo: dovevi essere perfetto nei tempi dei monologhi».

I personaggi e una Roma che cambia

Nel tempo, i protagonisti del film hanno assunto una dimensione quasi simbolica, legata a differenti modi di vivere e attraversare la città e le sue trasformazioni.

Sul destino dei suoi personaggi, Verdone ha osservato:

«Non hanno combinato granché. Leo non s’è mai innamorato, il bambino di Dio si è ritirato in campagna, il bullo è ancora più solo, a millantare storie come i ragazzi che incontravo al bar di via dei Pettinari».

Set difficili e memoria personale

Le riprese, realizzate in tempi rapidi e con mezzi limitati, sono rimaste impresse anche per le difficoltà pratiche.

Il regista ha raccontato:

«Non avevamo nemmeno la roulotte. Mi cambiavo per strada vicino all’Anagrafe con tremila persone che passavano, la troupe che mi faceva schermo con una tenda e due giacche. Non c’era un bar per fare pipì, riecco il circolo, non riuscivo e loro per stimolarmi “psspss”. Ero disperato, e quelli mi dicevano: “È il tuo primo film, devi faticare”. Lo girammo in cinque settimane e due giorni. In quegli anni avevo una forza bestiale».

Paure, famiglia e sguardo del pubblico

Anche il rapporto con il pubblico e con la sfera personale ha segnato profondamente quel periodo.

Verdone ha ricordato un episodio privato significativo:

«Mai. L’unica cosa che mi minò fu quando invitai di nascosto la mia futura moglie Gianna a vedere il film. Non rise mai. Alla fine le chiesi: “Che mi dici?”. E lei: “Bisogna vedere il pubblico come lo prende”. Entrai in un’ansia tremenda».

Un film costruito sui luoghi della memoria

Molte scene nascono da luoghi reali e ricordi personali dell’autore, trasformati in narrazione cinematografica.

«Tutti i luoghi del film sono legati alla mia vita. In Via Garibaldi c’è stato il primo incontro con la prima fidanzata, avevo 14 anni e mezzo, un batticuore enorme. Lo Zoo, dove da bambino mi persi: l’altoparlante diceva “Il bambino Carlo Verdone è pregato di restare fermo dove si trova”. Quel ricordo lo racconta Leo nel film. Santa Maria in Trastevere, dove giocavo a pallone con i compagni del Virgilio, due cartocci per fare i pali. Ho avuto la fortuna di trovare una terrazza poetica proprio sopra quella piazza. Mentre giriamo però c’è un tizio, sotto, con una tromba che continua a suonare. Leone, esasperato, sguinzaglia i capigruppo del set, romani veri, nel film fanno i portantini del Pronto soccorso. A un certo punto si sente la tromba che sfiata, un tuffo nella fontana e il grido: “Potete girà”».

Generazione di attori e sguardo sul cinema italiano

Il film si inserisce anche in una fase di cambiamento del cinema nazionale, con l’arrivo di una nuova generazione di interpreti e autori.

Verdone ha ricordato quel contesto come un momento di svolta, segnato da un rinnovamento profondo del linguaggio comico e narrativo.

L’amicizia con Troisi e un incontro inatteso

Tra i ricordi più vividi, anche quello legato a Massimo Troisi e a episodi fuori dal set che mostrano il clima umano di quegli anni.

«Tanti. Una volta lo trascinai al cinema. Era spaventato dalla gente: scivolò in sala all’angolo, cercando di nascondersi come davanti a una folla oceanica, quando c’erano dieci persone. A un certo punto urlai: “C’è Troisi in sala!”. Tutti a chiedere autografi, lui s’allarma, ce ne andiamo. Un’altra volta vado a casa sua, apro la porta e mi trovo Maradona seduto che aspettava il caffè. Mi inchinai quasi per istinto. E Maradona mi disse che aveva visto un mio film e si era divertito».

Un’eredità ancora attuale

Alla domanda su come presentare oggi il film a un pubblico giovane, la risposta si concentra su ciò che resta del racconto:

«Gli dico che dentro c’è Roma, ci sono personaggi solitari, verità e sincerità, il taccuino di un regista. E che vedrà di sicuro qualcosa che conosce già, anche se non ci aveva mai fatto caso. Perché tutto quello che c’è in Un sacco bello, in un modo o nell’altro, l’abbiamo visto tutti. Solo che spesso siamo distratti e non ci fermiamo sui dettagli».

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