Pierfrancesco Favino: «Mi sembra di avere negli occhi meno entusiasmo. Il successo forse mi ha cambiato»

Pierfrancesco Favino si racconta in un'intervista a GQ Italia, tra il nuovo film Dio ride, le paure legate al successo e il rapporto con la spiritualità. L'attore riflette anche sui rischi dell'intelligenza artificiale, sulle difficoltà del cinema italiano e sul futuro della recitazione.

Pierfrancesco Favino riflette sul successo, sulle proprie paure e sul futuro del cinema. In una lunga intervista a GQ Italia, realizzata da Cristiano de Majo per la cover story di novembre, l’attore ha raccontato il suo rapporto con la recitazione, la spiritualità e l’intelligenza artificiale, soffermandosi anche sui cambiamenti che la notorietà ha portato nella sua vita. L’occasione è l’uscita di Dio ride, il film di Giovanni Veronesi nelle sale dal 29 ottobre 2026, nel quale interpreta un frate del Seicento capace di far ridere.

Pierfrancesco Favino e il successo: «Penso di aver perso qualcosa umanamente»

Nonostante la popolarità, Favino preferisce mantenere una certa distanza dall’esposizione mediatica. «Ho una relazione molto privata col mio mestiere e con la mia vita, non sono uno che ama particolarmente esserci. Sembra una contraddizione, ma in realtà intimamente sono così».

Riguardando casualmente una sua vecchia partecipazione al Festival di Sanremo, l’attore ha avuto una sensazione inattesa, accorgendosi di quanto il tempo e il successo possano averlo cambiato.

«Non so, forse c’era una freschezza diversa. Ho sempre pensato che il successo non mi avrebbe cambiato, e invece forse non è vero. Mi sembra di avere negli occhi meno entusiasmo, meno brillantezza di quel momento lì. Magari ho acquistato in sicurezza ma non è per forza una cosa positiva».

Il nuovo film Dio ride e il rapporto con la spiritualità

Nel film di Giovanni Veronesi, Favino interpreta frate Leopoldo da Casamacchia, protagonista di una storia che affronta il rapporto tra autorità, libertà individuale e fanatismo religioso.

«Sono molto felice di aver accompagnato Giovanni in questo suo coraggioso viaggio verso un’intimità che io sapevo esistere e che però lui ha sempre faticato a mostrare».

Il ruolo gli ha offerto anche l’occasione di interrogarsi sulla fede e sul significato della spiritualità, che considera una parte importante della propria esistenza.

«Ho un rapporto col sacro molto profondo, ma col sacro non vuol dire per forza Dio. Ho questo rapporto proprio da quando sono nato, una sensazione di spiritualità che non so tradurre in una maniera particolarmente brillante e intelligente».

Pur essendo cresciuto in una famiglia cattolica, Favino non si definisce un credente osservante.

«Faccio fatica a immaginarmi un uomo con la barba che dall’alto mi giudica. Invece non fatico a vedere un ordine nelle cose che ci è superiore. È Dio? Non lo so, prego ogni tanto quando ho paura».

L’intelligenza artificiale e il futuro della recitazione

Tra i temi affrontati nell’intervista a GQ Italia c’è anche l’intelligenza artificiale, una tecnologia che suscita nell’attore interrogativi sul futuro della società e del suo mestiere.

«Ho paura delle persone che la governano e degli effetti che potrà avere. I primi effetti che vediamo sono sul profilo economico».

Favino teme soprattutto che le nuove generazioni possano abituarsi a un cinema nel quale gli interpreti non siano necessariamente esseri umani.

«Non sono preoccupato per quelli che hanno visto il cinema fatto dagli esseri umani, ma basterà una generazione che cresce con l’idea che un attore possa essere fatto dall’intelligenza artificiale che non si vedrà più la differenza».

Le paure prima di un film e il ritorno con Marco Bellocchio

Anche dopo tanti anni di carriera, Favino continua ad affrontare ogni nuovo progetto con timore, considerandolo uno stimolo per migliorare.

«Ovviamente so come funziona un set, lo so, ma ho sempre più paura. Prima di iniziare un lavoro mi vengono tutti i malanni del mondo e penso che sia un segnale. Sano però. So quello che non so fare ancora. E non so se sarò in grado di saperlo fare».

Tra i prossimi impegni figura Falcon, il film di Marco Bellocchio dedicato a Sergio Marchionne. Parlando della difficoltà di interpretare il protagonista, l’attore ha risposto senza nascondere la propria agitazione: «Infatti mi cago sotto. La mia risposta è questa».

Favino sulle difficoltà del cinema italiano: «C’è probabilmente una sovraproduzione»

L’intervista si è soffermata anche sulle difficoltà dell’industria cinematografica italiana. Secondo Favino, il numero elevato di produzioni e i tempi ridotti di permanenza nelle sale rendono sempre più difficile valutare il successo di un film esclusivamente attraverso gli incassi.

«Si fa presto a dire che un film non incassa. Bisognerebbe andare a vedere come è stato promosso. Dopodiché, in quante sale ci sta quel film? Quanto può restare? È un mercato molto più complesso di quello che viene raccontato».

L’attore ha ricordato anche le difficoltà incontrate dagli spettatori nel trovare alcuni titoli al cinema.

«Spesso mi scrivono su Instagram dicendo: “Ma io il film non l’ho trovato”. Allora non credo che ci sia un desiderio di non andare. C’è probabilmente una sovraproduzione».

Favino non si considera però pessimista sul futuro del settore e continua a credere nell’imprevedibilità delle scelte del pubblico: «Capire il gusto del pubblico è impossibile, vivaddio. Se sapessimo cosa vuole il pubblico, staremmo tutti facendo la stessa cosa, quello che tende a fare l’algoritmo. Che però toppa, no? Toppa, e meno male».

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