Il caso “Like a Prayer” e la stretta sull’IA: l’Australia riscrive le regole delle classifiche

L’Australia esclude dalle classifiche ufficiali la musica creata prevalentemente dall’intelligenza artificiale, mentre resta consentito l’uso dell’IA come supporto alla creatività umana.

L’Australia traccia un confine più netto tra creatività umana e musica prodotta dall’intelligenza artificiale. Le classifiche ufficiali non ammetteranno più i brani realizzati interamente o prevalentemente attraverso sistemi di IA, mentre resteranno eleggibili le opere nelle quali la tecnologia svolge soltanto una funzione di supporto. La decisione arriva in un momento in cui la presenza dell’intelligenza artificiale sulle piattaforme musicali sta aumentando rapidamente e riaccende il confronto su copyright, trasparenza e ruolo degli artisti.

Le nuove regole delle classifiche australiane

L’Australian Recording Industry Association ha stabilito che le nuove pubblicazioni dovranno essere sostanzialmente frutto del lavoro umano per poter entrare nelle classifiche ufficiali.

I brani totalmente generati dall’IA, o quelli nei quali la tecnologia realizza la parte principale degli elementi creativi, resteranno quindi esclusi. Lo stesso criterio sarà applicato agli ARIA Music Awards, dove le opere considerate interamente generate dall’intelligenza artificiale non potranno concorrere ai riconoscimenti annuali.

L’associazione, che rappresenta anche importanti realtà dell’industria discografica australiana e pubblica oltre venti classifiche settimanali, compresi i ranking dei 50 singoli e dei 50 album più ascoltati, punta così a salvaguardare il ruolo centrale della componente umana nella produzione musicale.

L’intelligenza artificiale potrà comunque essere utilizzata

La nuova disciplina non determina una messa al bando completa dell’IA negli studi di registrazione. Gli artisti potranno continuare a servirsi di strumenti basati sull’intelligenza artificiale durante il processo produttivo, purché la tecnologia abbia una funzione secondaria.

Per essere ammesso nelle classifiche, un brano dovrà avere una scrittura umana, mentre voce principale e strumenti fondamentali dovranno essere eseguiti da persone. Rimarranno consentiti anche procedimenti come il mastering assistito dall’IA.

Per distinguere i diversi casi sarà utilizzato un sistema di classificazione sviluppato dal settore musicale: un’opera potrà essere identificata come “generata dall’IA” quando la tecnologia ha prodotto interamente o in larga parte gli elementi creativi della registrazione, oppure come “assistita dall’IA” quando il suo intervento riguarda soltanto alcuni elementi espressivi.

Il caso della cover di “Like a Prayer”

A spingere il tema al centro del dibattito australiano è stato anche il successo ottenuto dal DJ di Brisbane Josh Fawaz con una reinterpretazione di “Like a Prayer”, il celebre brano pubblicato da Madonna nel 1989.

La cover, nella quale sono state utilizzate voci e batterie generate con l’intelligenza artificiale, è arrivata al primo posto della classifica australiana dedicata ai singoli dance e al secondo posto della graduatoria generale. Su Spotify ha superato i 48 milioni di ascolti, arrivando oltre quota 48,5 milioni secondo i dati riportati.

L’utilizzo dell’IA era stato riconosciuto da Fawaz soltanto dopo i dubbi e le critiche sollevati da ascoltatori e produttori. Successivamente sono stati aggiunti i relativi crediti al brano. Lo stesso DJ, pur continuando a considerare l’intelligenza artificiale uno strumento utilizzabile nella musica, ha accolto positivamente le nuove regole introdotte in Australia.

L’obiettivo: proteggere il ruolo degli artisti

Alla base della scelta c’è la volontà di evitare che le classifiche finiscano per premiare prodotti realizzati quasi completamente da sistemi tecnologici addestrati anche attraverso registrazioni appartenenti ad altri musicisti.

La direttrice generale di ARIA, Annabelle Herd, ha sottolineato come l’industria debba essere in grado di adattarsi all’utilizzo legittimo dell’intelligenza artificiale da parte degli artisti. Diverso, secondo questa impostazione, è il caso di contenuti creati integralmente da servizi automatizzati: riconoscere nelle classifiche opere di questo tipo rischierebbe di mettere in discussione il principio stesso su cui si fonda la rappresentanza della musica registrata.

Dr. Dre: “L’IA è uno strumento”

Il confronto nel mondo musicale rimane comunque aperto. Anche Dr. Dre, produttore vincitore di sette Grammy, ha recentemente spiegato di considerare l’intelligenza artificiale un ulteriore strumento a disposizione di chi crea musica, più che una minaccia.

Il produttore ha paragonato le resistenze nei confronti dell’IA alle reazioni che in passato accompagnarono l’arrivo di tecnologie poi diventate comuni nella produzione musicale, come le drum machine e i sintetizzatori. Una posizione che evidenzia uno dei punti centrali del dibattito: distinguere l’impiego della tecnologia come supporto creativo dalla sostituzione quasi totale del lavoro dell’artista.

Quasi quattro brani su dieci coinvolgono l’IA

La questione assume dimensioni ancora maggiori guardando ai numeri della musica pubblicata online. Una ricerca realizzata dalla piattaforma SubmitHub ha rilevato che nel luglio 2026 il 38,5% delle nuove canzoni analizzate a livello mondiale presentava un coinvolgimento dell’intelligenza artificiale.

L’analisi, effettuata su oltre un milione di brani attraverso il rilevatore SH Labs, ha indicato che il 23,2% era completamente generato dall’IA. Un ulteriore 15,3% conteneva invece audio prodotto artificialmente e successivamente modificato o elaborato da persone.

Secondo il fondatore di SubmitHub, Jason Grishkoff, la strada da seguire passa soprattutto dalla trasparenza: gli ascoltatori dovrebbero poter sapere come è stato realizzato un brano e scegliere autonomamente se ascoltare o meno musica generata attraverso l’intelligenza artificiale.

Anche Spotify prepara nuove misure

Il problema della riconoscibilità dei contenuti artificiali riguarda direttamente anche le grandi piattaforme di streaming. Da settembre Spotify inizierà a introdurre il badge “AI Persona” su alcuni profili, con l’obiettivo di rendere più facilmente identificabili i progetti musicali che potrebbero essere stati generati attraverso l’intelligenza artificiale.

Questi profili saranno inoltre esclusi dalle raccomandazioni editoriali e algoritmiche della piattaforma, aumentando così lo spazio destinato alla musica realizzata da artisti e musicisti umani.

La crescita dei contenuti automatizzati è già diventata un problema rilevante per i servizi di streaming. Spotify ha comunicato di aver eliminato, nell’arco di dodici mesi, circa 75 milioni di brani classificati come spam, in un periodo caratterizzato anche dalla diffusione di produzioni artificiali di bassa qualità o utilizzate con finalità fraudolente.

Il caso The Velvet Sundown

La capacità dei progetti generati dall’IA di raggiungere un pubblico vastissimo è stata mostrata nel 2025 da The Velvet Sundown, formazione di rock psichedelico comparsa su Spotify e arrivata rapidamente a superare il milione di ascoltatori mensili.

Il progetto si presentava inizialmente come una vera band statunitense composta da quattro musicisti, completi di nomi, fotografie e biografie. Tra questi figurava il presunto cantante e “mago del mellotron” Gabe Farrow.

I dubbi sono cresciuti quando gli utenti hanno iniziato a interrogarsi sull’autenticità del gruppo, soprattutto dopo la comparsa dei brani nelle playlist Discover Weekly e davanti a immagini e materiali promozionali che presentavano caratteristiche riconducibili alla generazione artificiale.

Inizialmente i profili social del progetto avevano sostenuto che dietro alla musica ci fossero persone e strumenti reali. Successivamente la descrizione su Spotify è stata modificata e The Velvet Sundown è stato definito un “progetto di musica sintetica guidato da una direzione creativa umana”, nel quale musica, voci, testi e immagini erano stati prodotti con il supporto dell’intelligenza artificiale.

Nonostante le polemiche, il progetto mantiene più di 100.000 ascoltatori mensili e conta diversi brani capaci di superare il milione di riproduzioni.

Dall’IA arriva anche un numero uno nelle classifiche country

The Velvet Sundown non rappresenta l’unico caso di musica artificiale capace di ottenere numeri importanti. Il progetto country generato attraverso l’intelligenza artificiale Breaking Rust ha raggiunto il primo posto nella classifica statunitense Country Digital Song Sales di Billboard con il brano “Walk My Walk”.

Un risultato che mostra come il fenomeno non riguardi più soltanto produzioni sperimentali o nicchie digitali, ma possa entrare anche nelle classifiche tradizionalmente utilizzate per misurare il successo commerciale della musica.

Il nodo del copyright e dell’addestramento dei sistemi

Accanto alla questione artistica rimane aperto il problema della proprietà intellettuale. Oliver Bown, docente della University of New South Wales e studioso del rapporto tra tecnologia e arte, ha evidenziato i rischi legati alle aziende che sviluppano sistemi musicali utilizzando grandi quantità di dati senza l’autorizzazione dei titolari dei diritti.

Secondo Bown, l’intelligenza artificiale può essere utilizzata anche per realizzare opere artistiche di valore e nel rispetto dei musicisti, ma esiste contemporaneamente il rischio di produzioni create soprattutto per ottenere ascolti e ricavi attraverso processi automatizzati.

Ivan Zavada, docente di composizione e tecnologia musicale alla University of Sydney, considera invece le nuove regole australiane un passaggio importante per proteggere la creatività e le performance musicali umane, sottolineando però la necessità di ulteriori interventi sul fronte legale e della proprietà intellettuale.

L’IA, secondo questa prospettiva, è destinata a entrare stabilmente nei normali processi di produzione musicale. La questione non sarà quindi semplicemente stabilire se utilizzarla o meno, ma definire quanto spazio possa occupare nella creazione di un’opera e come rendere sempre riconoscibile il contributo dell’essere umano.

magazine Attualità