In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera in occasione del suo 89° compleanno, il maestro della televisione e della musica italiana si racconta tra ricordi, riflessioni sul presente e uno sguardo personale sul futuro, senza risparmiare giudizi netti sulla TV contemporanea e momenti di grande intensità emotiva.
“89 non sono 90”: il compleanno come traguardo sereno
Arbore affronta questo compleanno con leggerezza e consapevolezza, senza timori particolari legati all’età.
«89 non sono 90, come se ti concedessero di giocare ancora i supplementari… »
Un passaggio che restituisce l’idea di un tempo vissuto ancora con energia, ma anche con la lucidità di chi riconosce il valore del percorso fatto.
La cosa che teme di più: la solitudine
Tra i temi più intimi dell’intervista emerge con forza quello della solitudine, legata anche alle perdite personali vissute negli anni.
«Il regalo che mi aspetto più di ogni altro è sempre lo stesso, che intorno a me ci siano gli amici e gli affetti rimasti. Tanti non ci sono più, ho subito perdite molto importanti. Ma quelli che sono rimasti, in un modo o nell’altro, ho bisogno di sentirli intorno. Dev’essere l’età, ma la cosa che temo di più è la solitudine».
Il ricordo di Mariangela Melato
Nel racconto della sua vita affettiva, Arbore torna su una delle ferite più profonde.
«Quella di Mariangela (Melato, a lungo sua compagna di vita; ndr). È stata terribile, atroce. Ho lottato con tutte le mie forze per impedirlo. La sua è stata una perdita ingiusta, mi creda… ingiusta».
Foggia, le origini e il rapporto con la città
Il legame con la città natale è uno dei fili conduttori dell’intervista, tra nostalgia e orgoglio.
«Quand’ero ragazzo giocavo sotto casa, dove adesso c’è il monumento di Umberto Giordano: erano anni senza pretese, in cui ci saziavamo più di sogni che di realtà. Poi sono tornato in quella piazza per due grandissimi concerti (con l’Orchestra italiana, ndr): ricordo che nel primo (1995, organizzato dal compianto impresario Mimmo Rollo; ndr) ero particolarmente emozionato, stavo quasi svenendo anche se avevo girato il mondo in lungo e in largo; nel secondo (2025, ndr) avevo già fatto il vaccino del primo, ma fu comunque un’occasione irripetibile, che mi ha davvero riconciliato con Foggia».
E sul rapporto con la città aggiunge una riflessione chiara e personale:
«Sulla mia persona ha sempre pesato un antico pregiudizio, essere più vicino a Napoli che alla mia città… invece io sono un foggiano sinceramente orgoglioso di esserlo. Sono nell’età in cui si restituisce, voglio restituire alla mia città: Foggia per me è stata una lunga, appassionata e indimenticabile storia d’amore».
Il futuro e Casa Arbore
Tra i progetti imminenti c’è anche l’apertura di uno spazio dedicato alla sua storia artistica.
«Pure io, pensavo che arrivati a questo punto lo avremmo già inaugurato. Tuttavia stiamo lavorando per farlo nel più breve tempo possibile… La speranza è di riuscire quanto meno a realizzarvi un primo evento di presentazione, entro fine luglio».
Il mondo dei gilet e le collezioni
Arbore racconta anche un aneddoto legato alla sua celebre collezione di gilet.
«A dire il vero, oltre la sua – sorride di nuovo, più sfacciatamente – non ne sono arrivate altre. È una preziosa collezione di oltre 100 gilet comprati in tutto il mondo… saranno esposti a Foggia, all’interno di Casa Arbore».
La televisione di oggi: “Non mi diverte”
Non manca una riflessione critica sul sistema televisivo contemporaneo.
«No, non mi diverte. Guardo la tv adatta alla mia età: politica, servizi culturali, documentari…»
E aggiunge una considerazione più ampia:
«Aver confuso l’ascolto col gradimento ha fatto danni evidentissimi. Oggi si fa hard tv, un prodotto destinato al consumo».
Il rimpianto di non aver avuto figli
Uno dei passaggi più delicati riguarda la sfera personale e il tema della paternità.
«Sì, molto. Però io sono un tipo ansioso, con un cattivo rapporto con le responsabilità. E sapere che un mio figlio, o dei miei figli, sarebbero andati in giro per il mondo, così com’è oggi, pieno di insidie, violenza e pericoli, mi avrebbe procurato molta ansia. Le dico di più, forse non mi avrebbe consentito di fare quello che poi ho fatto nella mia vita professionale».
Un augurio per il futuro
In chiusura, Arbore lascia anche una riflessione sul tempo che verrà, tra memoria storica e speranza.
«Che io non ci sarò più, innanzi tutto. Come il mio carissimo amico Luciano De Crescenzo, sono un figlio del grande filosofo Giambattista Vico, ovvero dei suoi “corsi e ricorsi storici”… Io credo che tra dieci anni tornerà la libertà, quella vera. Una libertà davvero partecipata».
