Tredici Pietro: “A Sanremo con Gianni Morandi è stato come avere sul palco, allo stesso tempo, il mio mito e la mia più grande paura”

Il rapper Tredici Pietro racconta a La Repubblica le sfide affrontate nella sua carriera musicale e l'importanza delle difficoltà nel suo percorso di crescita.

In una lunga intervista rilasciata a La Repubblica, Tredici Pietro racconta il momento che sta vivendo dopo l’esperienza al Festival di Sanremo, tra successo, difficoltà passate e nuovi progetti.

Il dopo Sanremo e la nuova popolarità

Dopo il festival, l’artista ha visto crescere rapidamente la propria visibilità, anche grazie al successo del brano “Uomo che cade”. Una popolarità che non lo spaventa, ma che considera parte del percorso.

«Se vuoi la bicicletta devi pedalare. Non sono infastidito dalla popolarità, sarebbe stato peggio se fossi uscito da Sanremo senza alcun effetto. C’è un dovere nei confronti di chi mi segue: se voglio prendere un caffè in pace posso farlo a casa. Non possiamo sottrarci a questo gioco».

Un approccio consapevole, che riflette la volontà di affrontare il successo senza sottrarsi alle sue dinamiche.

Il rapporto con il padre Gianni Morandi

Uno dei momenti più intensi del festival è stato il duetto con Gianni Morandi, con cui ha condiviso il palco a Sanremo in una performance dal forte valore simbolico.

«Sono ancora molto dentro questa esperienza, non l’ho abbandonata. È stato come avere sul palco, allo stesso tempo, il mio mito e la mia più grande paura. È stato un momento essenziale del rapporto con lui e dell’idea che ho di lui. Penso che mi abbia cambiato, non avevamo mai cantato insieme. Ho sempre tenuto tutto molto separato».

Una scelta, quella di cantare insieme, arrivata in modo spontaneo:
«Si è parlato spesso di difficoltà tra me e mio padre, ma il fatto è che io non volevo niente di garantito, non mi piacciono i raccomandati. Ho cercato di fare per conto mio. Poi la decisione di scegliere quel brano è stata istintiva perché celebra una storia di famiglia. Ed è il mio preferito tra quelli di mio padre».

Il tour e il rapporto con il pubblico

Ora l’attenzione è rivolta al tour nei club italiani, che partirà il 5 maggio da Nonantola. Un progetto che punta sulla musica dal vivo in una dimensione più intima.

«La risalita parte da molto più lontano. È un cammino personale connesso col lavoro ma parte da altro. Di sicuro, la musica dal vivo è la forma di espressione più alta di un percorso artistico. Saranno concerti molto centrati sulla musica, senza grandi tecnologie o coreografie, poche strutture di contorno. Anche per questo abbiamo scelto i club».

Nonostante la crescita degli ascolti sulle piattaforme, l’artista mantiene una visione chiara delle priorità:
«Sono figlio di quest’epoca, i numeri li subisco e li vivo, cerco di trasformarli in uno dei termometri che definiscono la mia carriera. Ma non sono tutto. Preferisco essere arrivato decimo al festival e suonare nei club. Ovvio che ci tenga, ma non sono una priorità. Se mi dicessero “vuoi arrivare primo in classifica o collezionare sold out”, scelgo sempre la seconda».

Le difficoltà e la crescita personale

Nel suo percorso non sono mancati momenti complessi, che hanno contribuito alla sua maturazione artistica e personale.

«C’è stato un momento in cui mi sono sentito superato dalla musica, dopo l’exploit degli esordi due o tre dischi non sono andati bene. Sono stati funzionali per la mia crescita, ma mi hanno costretto a sbattere contro porte che non si sono aperte. Tanti manager mi hanno rifiutato, sembrava che non potessi essere interessante e ho dovuto crearlo io questo interesse».

Un’esperienza segnata anche dal confronto con il peso del cognome:
«Anche quando fai un disco che entra nel cuore della gente e rinasci, molti vedono solo il figlio di Morandi e pensano che io abbia avuto tutto facile. Senza sapere che vengo da quattro anni difficili. Ma va bene così».

Tra riflessioni e sguardo sul presente

Nel racconto emerge anche una dimensione più intima, legata a riflessioni sulla vita e sul tempo che si vive.

«Ho avuto esperienze che mi hanno avvicinato all’idea di essere mortale, così come a quella che bisogna godersi ogni giorno. È stato un tema ricorrente ma ora, per fortuna, sono più distaccato».

E guardando al contesto attuale, l’artista non nasconde una certa inquietudine:
«Penso che questi potrebbero essere gli ultimi mesi di un mondo come lo abbiamo vissuto finora. Mi verrebbe da dire: “Godiamoceli”. Non so se esprimermi, penso che l’arte non debba nascondersi ma può anche raccontare un momento di isolamento rispetto al contesto. Forse c’è bisogno di leggerezza. Ci sto pensando, davvero non lo so».

Parole che raccontano un artista in evoluzione, tra consapevolezza, fragilità e una nuova fase da costruire sul palco.

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